Castel Thun

e dintorni

Storia

Cenni storici

Della storia di Castel Thun si sa che venne in possesso di Varimberto di Tono nel 1267. Questo castello era detto Belvesino dal nome della persona che lo possedeva o che lo fece costruire. Dopo la ricostruzione terminata nel 1422 dai Tono, il castello fu quasi completamente distrutto da un incendio nel 1528. Fu ricostruito da Sigismondo detto l'oratore, il più ragguardevole personaggio dei suo casato, amico e consigliere di Massimiliano 1, Carlo V, Ferdinando I e dei grandi vescovi trentini della prima metà dei XVI secolo. Un secondo incendio divampò pochi anni dopo, nel 1569. Altri rimaneggiamenti subì il castello nell'epoca barocca, ad opera soprattutto dei vescovi Thun

Il conte Zdenko Thun con i suoi amati cavalli, ultimo conte ad abitare il castello fino al 1982

Il conte Zdenko Thun con i suoi amati cavalli, ultimo conte ad abitare il castello fino al 1982

La zona comprendente gli abitati di Vigo, Masi di Vigo, Toss, e frazioni minori che forma attualmente il comune di Ton, si chiamava un tempo "Pieve di Tono": era di proprietà dei nobili cavalieri di Tono, poi divenuti baroni e quindi conti di Tono; più tardi, questo cognome venne tedeschizzato in Thun con l'aggiunta del toponimo "Hohenstein" (ma fino al 1926, il cognome esatto era Thunn, con due "n"), divenendo Thun dal 1926 in poi, quando divennero proprietari del castello i lontani cugini Thun di Boemia.

Otto secoli di storia a Castel Thun

Un viaggio «in anteprima»
in attesa dell´apertura
Di Fabrizio Torchio - L'Adige, 27/12/2000

TON - Gian Maria Tabarelli lo definisce «il più fastoso dei castelli trentini», e per l´adattamento al terreno delle concezioni di ingegneria militare cinquecentesca, «il più completo esempio di tipologia rinascimentale fortificata» dell´intera provincia. E Aldo Gorfer, varcando la «porta spagnola» e superando il levatoio sopra l´ampio fossato, ne ricordava «il più singolare ingresso», quello del colonnato che riparava i cannoni.

Ma Castel Thun non è solo un maniero da primato. E´ fra i più insigni edifici monumentali pubblici per il suo grado di conservazione e per il suo «parallelismo» con otto secoli di storia del principato vescovile, dall´apparire dei Tono (poi Thun) nella scorta assegnata al vescovo Corrado di Beseno a Enrico VI, figlio del Barbarossa (1190) all´ascesa alla cattedra di Trento di Sigismondo Alfonso, primo principe vescovo Thun nel 1668, e fino al tramonto del principato stesso con Pietro Vigilio, il vescovo principe cacciato dai francesi ma non più reintegrato dalla restaurazione del Concilio di Vienna.
A lavori ultimati, si accederà a pressoché tutti i locali (circa 150), sotto l´occhio di telecamere e sorveglianti, passando di stanza in stanza fra arredi originali d´epoche diverse, dipinti di pregio, affreschi e stemmi, rivestimenti e decorazioni. E per raccontare sinteticamente questo cammino nella storia e nell´arte così abbiamo visto il castello.
La porta spagnola - E´ un bugnato in pietra forse visto in Spagna e qui mirabilmente imitato quello che, con lo stemma dei Thun a bande decorate, dà accesso al levatoio del complesso, cinto dall´imponente giro di mura sul dosso allungato da cui si dominerebbero 44 abitati e 12 castelli. Si varca subito dopo la porta «blasonata», datata 1541, e ci si trova singolarmente al riparo di un porticato sostenuto da 18 colonne in pietra. E´ il colonnato delle carrozze, una dozzina di pezzi unici dal 1890 al 1916. Dinanzi, l´ingresso al palazzo medievale, riedificato nel 1691. L´edificio è umidissimo e freddo. Occorrerà svuotare i contrafforti, senza alterarli, per eliminare parte dell´umidità che sale lungo i muri possenti, e che si avverte in ogni stanza. Si cammina sull´acciottolato, e nell´ingresso campeggia l´aquila del principato vescovile con la banda dei Thun in rilievo, decorata a fiori. Sulla volta lo stemma di famiglia, datato 1585. Al centro del palazzo comitale, compatto, si apre il cortile selciato, con il pozzo nell´angolo. Lo sguardo, alzandosi, corre al loggiato che si apre su due facciate interne. Secondo il Tabarelli, va letto quasi come una sigla dello stile clesiano, rinascimentale. Caratterizza Toblino e Stenico. Si torna fra le mura possenti. Una mano benedicente sull´architrave vigila il piccolo ingresso alla cappella intitolata a San Giorgio e interamente affrescata: pitture quattrocentesche, annerite dal tempo ma di buona mano nordica. Spicca un Giudizio universale, con la Madonna e San Giovanni che intercedono per la salvezza delle anime. Nella sacrestia si nota ancora la traccia dell´ingresso originale del palazzo medievale. Il corridoio mette nella sala delle guardie (dei cavalieri?), con due contenitori in pietra per il grano datati 1564. E´ uno spaccato di vita castellana, cela imponenti forzieri da viaggio e altri particolari non comuni. Una grata dà accesso alle segrete. E´ un passaggio da leggenda. Accanto, stanze con forni per cuocere il pane. Si sale. La mitria pastorale e la spada, simboli del potere vescovile, danno accesso al palazzo nobile. L´arredo, in fase di restauro, una volta riportato al castello sarà di assoluto pregio. Si entra, non senza il sentore di un soffio di suggestione, nella sala dei morti, la camera ardente dalla volta «tutta annerita dalle fiamme delle candele che si accendevano a lato del feretro» (Gorfer). I visitatori, a restauro ultimato, accederanno pure alla vicina armeria, dove dovrebbero essere riportate le armi antiche, un tempo protette dalla robusta porta in ferro. L´archivio rimasto e l´importante biblioteca sono anch´essi in restauro. Saranno fonti importanti per la storia dei Thun, ancora da scrivere nel suo intreccio quasi millenario con le vicende del principato. Si sale al piano primo, dove si aprono la loggia e le stanze signorili. I dipinti sono altrove, ma torneranno. Quella degli antenati ospiterà i ritratti di famiglia, fra cui molti di Giovan Battista Lampi. C´è la sala del camino, pezzo notevole, cinquecentesco. Per Gorfer è simile a quelli del palazzo ducale di Urbino. Ospitava anch´essa ritratti importanti. Si passa per una serie di grande sale, il salotto Luigi XVI, lo studio, una stanza per il gioco, una «della spinetta», la sala dei convitti. Altri locali minori si aprono fra corridoi e passaggi. Quasi tutte importati le stufe, di Sfruz e di altri artigiani, talora decorate con gli emblemi di famiglia. Ma l´approdo è la celebre ed ampia stanza del vescovo, mirabilmente rivestita in legno di cirmo, con splendido soffitto a cassettoni recante al centro lo stemma dei Thun datato 1670, e stufa in maiolica. Campeggia il grande letto a baldacchino e una porta datata 1574 - «scolpita, intarsiata e lavorata a brucio immette nell´appartamento delle donne», annota Gorfer. «Due significativi intarsi ammoniscono che è proibito valicare la porta senza permesso. E un Ercole ignudo, molto esplicitamente dimostra cosa accadrebbe all´uomo che osasse oltrepassare la soglia». L´immagine erotica è a commento della scritta in tedesco. Una Frauenkamenate, informa Gorfer, «abbastanza frequente nei castelli tedeschi». In altre sale sono prossime al restauro le carte da parati, ottocentesche. Dalle finestre il colpo d´occhio sull´Anaunia e sui manieri in comunicazione visiva è notevole. Si va all´esterno, dove la muratura meridionale dà all´improbabile, ancorché suggestivo, campo dei tornei, chiuso da altri muri. Due torri quadrate sono il riscontro dei fabbricati a nord, ai piedi dei quali si distendono i giardini all´italiana, sopra il più basso giro di mura. Dall´originario fortilizio di Belvesino, l´epopea dei potenti vassalli del vescovo affiora dalle alte muraglie, s´intravvede nelle tracce difensive più antiche, s´immagina nei saloni vuoti. Da Castel Thun si esce arricchiti di un frammento di storia, stupiti dall´armonia di forme, e fors´anche ammaliati dalla potente fascinazione dell´eco feudale. Immortale, come i fantasmi dei manieri scozzesi.

Dipinto di Castel Thun

La famiglia Thun - ci informa Aldo Gorfer - conobbe una rigenerazione nel XV sec. con Antonio Maria, che ebbe tredici figli maschi. Il figlio Cipriano fondò la linea di Braghèr, Luca quella di castel Thun, Giacomo III quella di Caldes. La linea boema sarebbe derivata nel 1630 da quella di Castelfondo, e in Boemia il patrimonio dei Thun, fino alla privazione dei beni da parte del governo comunista, era considerevole: oltre trenta castelli, proprietà terriere estese, palazzi nella capitale Praga. Oltre che sul maniero in vetta al colle fra Toss e Nosino, i Thun ebbero fra le loro mani importanti fortilizi, dal vicino San Pietro ad Enno, Sant´Ippolito, Fondo e Vigna, Mostizzolo, Cagnò, Mocenigo, Rumo, Zoccolo a Livo, Altaguarda, Caldes, Samoclevo. Di molti di questi si riscontrano sul terreno solo esili tracce. L´apogeo del potere esercitato dalla famiglia nelle valli del Noce venne raggiunto nel quindicesimo secolo.

Disegno di Castel Thun

Storia della potente famiglia dei Tono, dal medioevo a Zdenko, ultimo proprietario. Matteo, conte «garibaldino». Il Thun che finanziò la causa dell´unità d´Italia
Di Fabrizio Torchio - L'Adige, 27/12/2000

TON - La storia recente di Castel Thun, acquistato dalla Provincia autonoma di Trento nel 1992 ed ora in restauro in vista dell´apertura alle visite, è legata anche all´esempio patriottico del conte Matteo (1812-1892), definito dal Gorfer «gentiluomo generoso e istruito che sentiva in modo straordinario l´anelito di libertà che scuoteva in quei tempi l´Italia e l´Europa».
Matteo Thun fu membro della «Giovane Italia» e finanziò cospicuamente Garibaldi e i combattenti per l´unità d´Italia passando loro qualcosa come sette milioni di fiorini, «vendendo suppellettili preziose del castello e le terre che possedeva nella piana rotaliana» (Gorfer). Arrestato dall´autorità imperiale, il conte - che fu amico di Giovanni Prati, più volte ospitato nel maniero ove compose una poesia in onore dell´ospite e altre liriche fra cui la ballata Armede - fu scacciato dall´Austria. Nel 1858, al castello erano saliti, accolti da Matteo Thun, l´arciduca Carlo Lodovico e la sposa Margherita. Dopo il disastro finanziario di Matteo e il declino del complesso abbandonato dal suo padrone in esilio, fu il conte Francesco, della linea di Tetschen an der Elbe, ad acquistarlo nel 1926, procedendo ad un totale restauro. Alla morte del conte fu il figlio Zdenko, la cui memoria è ancora ben viva a Vigo di Ton, Toss e dintorni, a proseguire l´operato del padre in parallelo con lo sforzo conservativo degli altri Thun proprietari di manieri importanti, da Castel Bragher a Castelfondo.

 

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